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Ansia: perché è difficile liberarsene? Sei processi di mantenimento dell’ansia

Perché proviamo ansia?

L’ ansia è un’emozione, al pari di rabbia, gioia, paura, disgusto e tristezza. Diversi sono i sintomi dell’ansia e a tutti sarà capitato di provarli, tra i più frequenti troviamo tachicardia, vertigini, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di pesantezza al petto, nausea.

L’ansia serve alle persone: essa mette in guardia da probabili pericoli futuri.

Ma se l’ansia ha in sé un valore adattivo, quando diventa un disturbo? Si parla di disturbo quando una persona prova ansia e preoccupazione per gran parte della giornata e per un alto numero di eventi e attività.

Chi soffre di disturbi d’ansia manifesta delle credenze distorte riguardo la pericolosità di alcune situazioni: l’ansia diventa problematica, infatti, quando si sovrastima erroneamente la pericolosità degli eventi.

Eppure se queste convinzioni sono sbagliate perché persistono? Perché se un evento non è così pericoloso come si pensa, semplicemente non si corregge il proprio modo di pensare?

Una ricerca di qualche anno fa (Clark, 1999) condotta ad Oxford, ha tentato di identificare quali sono i processi che impediscono a chi soffre d’ansia di cambiare i pensieri negativi in maniera spontanea.

Sei processi che ci impediscono di liberarci dall’ansia

Sono stati così individuati sei processi di mantenimento dell’ansia:

1. Il comportamento di ricerca di sicurezza

La ricerca di sicurezza è stata definita come un comportamento eseguito con l’unico obiettivo di prevenire la catastrofe temuta. Accade spesso che comportamenti messi in atto per evitare la catastrofe non fanno che rafforzare l’idea che questa possa accadere. E’ il caso di chi soffre di attacchi di panico, spesso chi ha questo disturbo tende a farsi accompagnare da una persona per evitare di ritrovarsi da solo a gestire un attacco improvviso. Cosa succede in questo caso? Che spesso queste persone tendono a pensare che grazie all’accompagnatore siano riusciti ad evitare il peggio e si avvarranno sempre dell’accompagnatore, piuttosto che cercare di affrontare la situazione.

2. L’attenzione selettiva

Diversi autori sostengono che anche l’attenzione selettiva ai segnali di minaccia può svolgere un ruolo fondamentale nel mantenimento dei disturbi d’ansia: focalizzando tutta l’attenzione solo su quegli stimoli che, anche solo in minima parte, hanno a che fare con la minaccia, non facciamo altro che alimentare la nostra ansia. Se per esempio siamo in volo e abbiamo paura che l’aereo possa cadere, durante un breve momento di turbolenza potremmo concentrare tutta l’attenzione sul tremolio di ali e sedili e non, magari, sull’espressione serena dell’hostess che, al contrario, potrebbe segnalarci che è un evento normale, da non temere. A volte accade invece il contrario: chi soffre d’ansia evita di porre l’attenzione su determinati stimoli per evitare il peggio. Se ho paura del giudizio altrui, eviterò il contatto con gli altri per paura del loro sguardo di disapprovazione. Ma così facendo, non vedo eventuali espressioni benevole nei miei confronti e non saprò mai che non è vero che gli altri tendono a giudicarmi sempre male.

3. Le immagini spontanee

Un incidente alla guida, l’essere rimandato a un esame o l’essere rifiutato da una donna: chi soffre d’ansia spesso riesce a ricrearsi vivide immagini mentali in cui le proprie paure si realizzano e delle quali è difficile liberarsi.

4. Il ragionamento emotivo

Le persone che soffrono d’ansia tendono a fare inferenze errate partendo dalle proprie informazioni corporee. Per esempio, attesa che il prof lo interroghi, il soggetto ansioso sente il cuore battere velocemente e pensa “Ecco! Il cuore mi batte all’impazzata, ho ragione a provare tutta quest’ansia se anche a livello fisico sono così agitato!” e tutto ciò aumenta l’ansia stessa.

5. I processi di memoria

Chi soffre d’ansia spesso tende a recuperare dalla memoria solo i ricordi che confermano che l’evento temuto possa accadere (se ho paura di essere morso da un cane, dinnanzi a un labrador che mi viene incontro, tenderò a ricordare la notizia di quell’uomo morso da un cane e non i numerosi video che riprendono cani allegri e affettuosi!)

6. Le rappresentazioni della minaccia

Perché in alcune persone i sintomi dei disturbi d’ansia col tempo si affievoliscono mentre in altri individui no? Secondo alcuni studiosi ciò può dipendere da come si interpretano questi sintomi: se per esempio dinnanzi a questi sintomi si pensa “Sto impazzendo”, ci si impegnerà così tanto a non pensarci o a mettere in atto altre strategie disfunzionali che, al contrario, non fanno che prolungare le intrusioni del pensiero e aumentare i sintomi.

Ansia: cosa fare?

Conoscere i processi di un problema per noi difficile da superare, è risaputo, è il primo passo per capire “come funzioniamo” e in che modo possiamo agire per iniziare a stare meglio. Se chi soffre d’ansia ha riconosciuto, tra quelli descritti, quali sono i meccanismi che più lo ostacolano nella vita di tutti i giorni, adesso può allenarsi a riconoscerli mentre si attivano nel quotidiano: assumere uno sguardo sempre più esterno ai nostri “meccanismi difettosi” ci aiuta, pian piano, a svincolarci da questi. Sebbene sembri facile, spesso risulta complicato metterlo in atto, in questi casi ci si può avvalere dell’aiuto di un professionista.

 

 

Bibliografia:

  • David M. Clark (1999). Anxiety disorders: why they persist and how to treat them. Behaviour Research and Therapy 37, S5±S27

 

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